martedì 24 marzo 2020

Aiutare i figli a gestire comportamenti ed emozioni (in questo periodo!)

Le informazioni che seguono sono prese dal National Child Traumatic Stress Network : ho scelto di proporre questo documento perché sintetico ed offre una panoramica completa delle età dei figli: poi, naturalmente, ognuno può aggiungere comportamenti che deve affrontare e ... aiuti che funzionano!!!

Le reazioni che tuo figlio può avere, se in età da scuola d'infanzia, possono essere:

  • paura di essere solo, brutti sogni
  • difficoltà a parlare
  • incontinenza, costipazione, bagnare il letto
  • cambiamenti nell'appetito
  • aumento di crisi, capricci, lamenti o comportamento appiccicoso
Come aiutarlo?
  • armarsi di pazienza e tolleranza
  • offrire rassicurazione (verbale e fisica)
  • incoraggiare l'espressione attraverso gioco, raccontare storie
  • permettere cambiamenti provvisori nell'organizzazione del dormire
  • pianificare attività calmanti e confortanti prima della nanna
  • mantenere routines famigliari regolari
  • evitare esposizione ai media
Se tuo figlio è in età scolare dai 6 ai 12 anni, potrà avere le seguenti reazioni:
  • irritabilità, lamentele, comportamento aggressivo
  • incubi
  • disturbi del sonno/dell'appetito
  • sintomi fisici (mal di testa, di stomaco)
  • ritiro dai pari, perdita di interesse
  • competizione per l'attenzione dei genitori
  • dimenticanze riguardanti i doveri di casa e le cose imparate a scuola
Come aiutarlo?
  • pazienza, tolleranza, rassicurazione
  • gioco e contatto con amici attraverso telefono e internet
  • fare esercizio regolare e strethcing
  • impegnarlo in attività didattiche (giochi istruttivi)
  • assegnargli doveri in casa
  • porre gentilmente ma fermamente dei limiti
  • discutere gli eventi attuali e incoraggiare domande. Parlare di quanto si fa in famiglia e nella comunità
  • incoraggiare l'esprimersi attraverso gioco e conversazione
  • aiutare la famiglia a creare idee per promuovere comportamenti sani e mantenere le routines famigliari
  • limitare l'esposizione ai media, parlando di ciò che hanno visto/sentito anche a scuola (nelle lezioni online)
  • chiarire eventuali disinformazioni
Se tuo figlio è adolescente 13-18 anni, può avere queste reazioni:
  • Sintomi fisici (mal di testa, reazioni allergiche...)
  • disturbi del sonno e dell'appetito
  • agitazione o diminuzione dell'energia, apatia
  • ignora i comportamenti che promuovono la sicurezza e la salute
  • si isola dai pari e dagli affetti
  • si preoccupa per le ingiustizie
  • evita gli impegni scolastici
Come aiutarlo?

  • armarsi di pazienza, tolleranza; rassicurare
  • incoraggiare il mantenimento delle routines
  • incoraggiare la discussione sull'esperienza che stanno vivendo, coi pari e con la famiglia (ma senza forzare)
  • farlo restare in contatto con gli amici tramite telefono, internet videogiochi
  • farlo partecipare alle routines famigliari, incluso i doveri di casa, chiedergli di supportare i fratelli minori, e di pianificare strategie per migliorare comportamenti che promuovono la salute
  • limitare l'esposizione ai media, parlare di quanto hanno visto/sentito  anche a scuola nelle lezioni online
  • Discutere con loro sulle ingiustizie che possono aver notato in questo momento di crisi


lunedì 2 marzo 2020

NELL'ABBRACCIO

Cosa accade nell'abbraccio?
Nei nostri laboratori di CREALAFIABA, Leila e io siamo sempre contente, ci sentiamo di aver raggiunto un buon risultato, quando accade che testimoniamo l'abbraccio tra genitore e figlio.
Come mai?
Sembra che abbiamo una fissa di fare abbracciare questi due che, a volte, stanno a debita distanza!
E invece no, nessuna fissa: semplicemente, quando questo accade (e senza forzature, magari soli piccoli inviti...) si sta meglio. Stiamo meglio noi, che li testimoniamo, ma soprattutto loro, che finalmente si incontrano nell'abbraccio.
Allora diciamo perché (e faccio riferimento in particolare alla teoria dell'attaccamento e  alla funzione riflessiva di Fonagy ) :
intanto non si nasce con la capacità di regolare le proprie emozioni. Il genitore ha proprio questa funzione: di essere lì a contenere le emozioni che il figlio non sa gestire, finché non le sa gestire. Finché non le impara a contenere autonomamente. E come lo impara? La domanda più precisa sarebbe: DOVE lo si impara? Lo si impara NELL'ABBRACCIO.
L'abbraccio è un contenitore fisico e contemporaneamente emotivo, dove possono anche "deflagrare" le emozioni più sconvolgenti, con la certezza che non distruggeranno nessuno e niente, e soprattutto è lì che si impara che le emozioni PASSANO. (lo sapete che una emozione ha biologicamente una durata di 90 secondi? e che se dura di più è perché non la lasciamo andare?)
Nell'abbraccio si impara questo: a contenere le proprie emozioni, a farle passare, e quindi a recuperare una sensazione di sicurezza... che fondamentalmente deriva dal sentirsi amati (e qui avete un buon discrimine tra falsa e vera sicurezza!).
Nell'abbraccio quindi si fa esperienza del sentirsi amati, e questa fondamentale esperienza ci rende capaci di affrontare, sicuri, il mondo.

sabato 21 settembre 2019

NON MI CAPISCI!!!

Potrebbe sembrare la frase di una adolescente. 
Invece la dicono già a otto anni, le bambine alle loro mamme. Mi capita di incontrare queste bambine arrabbiate, con mamme affaticate: le prime non si sentono capite, le seconde sono sull'orlo di una crisi di autostima. 
Cosa si può fare?
Anche oggi, con una bambina e la sua mamma, ho affrontato questo discorso (aiutata dalla fiaba di Giga e le macchioline verdoline!):
Quando siamo appena nati, e per i primi tempi della nostra vita, è VERO che la mamma ci capisce, in tutto e per tutto: sa quando abbiamo fame, sonno, mal di pancia... solo ascoltando il nostro pianto! Si chiama PREOCCUPAZIONE MATERNA PRIMARIA, ne ha parlato Winnicott: succede che, proprio a livello fisico, la mamma è predisposta dalla natura a sintonizzarsi col suo cucciolo, è questione di sopravvivenza. La mamma "sente", si immedesima nel figlio e CAPISCE. 
 Questa cosa però pare si affievolisca, nel tempo, a meno che non abbiamo una mamma particolarmente dotata di capacità EMPATICA: ma non è un gran danno perché, sempre nel tempo, anche noi impariamo a FARCI CAPIRE, quando impariamo a parlare. E qui inizia il nostro pezzetto di responsabilità: cosa faccio, se la mamma non mi capisce? Mi sforzo di spiegare, di chiederle in modo chiaro quello di cui ho bisogno? Non sempre ce la facciamo: ci piacerebbe così tanto, essere ancora INTUITE come una volta...! Ci arrabbiamo, anche: a noi è così evidente quello che proviamo, che pensiamo, perché lei non ci arriva? Come potrete notare, abbiamo incontrato qui il limite della mamma. Che quindi non è l'essere perfetto che avevamo idealizzato: perché a volte non mi capisce.
Ora, sempre Winnicott parla di DISILLUSIONE: piccoli passetti graduali per entrare a contatto con la complessità della realtà, di cui anche l'imperfezione della mamma fa parte. Delusione? Rabbia? O anche... paura? Certo, perché come faremo a sopravvivere, se la mamma ha dei limiti e difetti così macroscopici???
Ma ecco qui il colpo di scena: IL MESTIERE DELLA MAMMA NON E' DI CAPIRMI.
Noto sempre facce stupefatte.
IL SUO MESTIERE E' DI VOLERMI BENE.
Ancora facce confuse, pensierose.
Signore e signori, la mamma può non capire, ma la mamma vuole sempre bene. Non la batte nessuno, in questo. E' lì per questo. E' questo bene che mi serve, se so utilizzarlo, se so cosa farmene: ovvero andarmene nel mondo con fiducia e curiosità perché qualcuno MI AMA PER QUELLO CHE SONO: E QUESTO MI DA' VALORE. 
Volete sapere una cosa? il dubbio è la difficoltà più grossa su cui devo lavorare coi miei pazienti. Il dubbio di essere amati per quello che si è. Il dubbio di essere amati solo per quello che si fa. (lo dicono Terruwe e Baars). E infatti, la bambina che ho visto oggi (con la sua mamma), per non rischiare niente ha deciso di essere bravissima a scuola. Non si sa mai. Capite??? Per essere sicura di essere amata, almeno per quello che fa, se non per quello che è! (ovvero, figlia).
A volte ci vogliono anni, per venire fuori da questo "labirinto emotivo".
Oggi però ne siamo uscite alla grande:
Abbiamo inventato un gioco in cui la mamma doveva indovinare il posto dove la figlia voleva ricevere una carezza. Sulla testa? No. Sulla schiena? Nooo. Sulle gambe? No no no. "La mamma non capisce!" dico: ma la bambina stavolta sorride, non ha la sua solita faccia imbronciata. La mamma coglie il sorriso e svela il gioco: "Ma così hai ricevuto un sacco di carezze!" . La figlia si sente scoperta, e allora mostra che voleva una carezza... sotto l'ascella!
Allora non è proprio vero, che la mamma non capisce. E' proprio per il fatto che vuole bene, che può capire. Che può fidarsi del proprio sentire.
Piccola nota a margine: come questa coppia mamma-figlia, a volte la difficoltà nella relazione si può "appiccicare" al fatto che non ci sono somiglianze evidenti, tra le due: né fisiche, né di carattere. Ovvero: "Non mi capisce perché non le somiglio". Non è un problema in realtà, ma a volte la figlia si sente rassicurata, se sa di assomigliare un po' alla mamma.
Così abbiamo indagato e loro, in particolare, si assomigliano nella capacità di organizzare le cose. Ed erano entrambe sollevate.



lunedì 11 febbraio 2019

SONO AMATO QUINDI SONO

Nei giorni scorsi è arrivata da me una coppia con figlio primogenito alla scuola dell'infanzia: ne vedo tanti, di questi genitori attenti e interessati ad aiutare il proprio piccolo ad affacciarsi al mondo.
Oltre a raccogliere più informazioni sulla loro storia, mi accorgo che durante questi colloqui mi ritrovo a dire spesso queste cose:

- il bambino è mosso dalle emozioni, talvolta così intense da non riuscirle a contenere: è il genitore che deve funzionare da contenitore, (la corteccia prefrontale, ovvero la parte razionale, si sviluppa completamente solo verso i vent'anni!) incontrando il figlio lì in quella emozione faticosa,  nominandogliela (ad esempio "certo sei proprio arrabbiato, mi spiace, capisco... sto qui finché non ti passa") e magari, successivamente, suggerendo una via d'uscita...

-Il genitore può recuperare alcuni episodi della propria storia e raccontare al figlio come è uscito lui, da quel "labirinto": non c'è nulla di più interessante per i figli della storia dei propri genitori! Con questo bagaglio di esperienza "ereditata", che rafforza il senso di identità e di appartenenza, affronteranno la realtà. Si possono recuperare anche delle foto di quando mamma o papà erano piccoli, per raccontare! Si può chiedere ai nonni... magari concordando lo scopo del racconto!

- Affrontare la realtà è una impresa, per un bambino di tre/quattro anni: il genitore è MAESTRO DI REALTA' e, come sminuzziamo loro il cibo, così possiamo rendergliela altrettanto più accessibile e "digeribile", spiegando cosa sta accadendo, cosa sta per accadere, rassicurandolo.
Finché il figlio non possiede la cognizione del tempo, faticherà a vivere i passaggi, le transizioni: dal letto alla scuola, dal gioco alla cena, dalla televisione al mettere il pigiama, per non parlare dell'addormentarsi! Questi passaggi sono fatiche meglio affrontabili, se sento miei alleati il papà, la mamma, in questa battaglia.

- Affrontare la realtà da soli, quella della scuola d'infanzia, è molto complesso: tante cose da capire, regole da rispettare, compagni con cui interagire, altri adulti da ascoltare... a volte non ce la si fa! Soprattutto la cosa che succede è che, in assenza della mia figura di riferimento, della mamma e del papà che mi amano, davanti ad una difficoltà io mi smarrisco: mi sento sparire, andare in pezzi, (avete presente il terrore del biscotto spezzato? Riguarda questa cosa!); mi manca lo sguardo d'amore che mi "tiene insieme" e mi fa esistere.
Per questo suggerisco che i bambini tengano sempre in tasca del grembiulino un fogliettino di carta, sul quale mamma o papà abbiano disegnato un cuoricino, una faccina: è uno strumento di emergenza da recuperare quando io figlio sento di aver bisogno di loro, di sapere che questo legame esiste e mi fa esistere.

Quando ho detto a questi due genitori quest'ultima cosa, il papà dice: "è vero, c'è bisogno di ossigeno ogni tanto", allora io preciso: SIETE VOI IL SUO OSSIGENO, E' IL VOSTRO AMORE.
Per me bambino è vitale, riossigenante, ricordarmi attraverso un oggetto concreto (il foglietto che mi hai lasciato tu mamma, tu papà) che IO ESISTO PERCHE' SONO AMATO!
La rassicurazione riguarda essenzialmente questa cosa: "la mamma ti vuole bene, il papà ti vuole bene, ce la puoi fare". 
Questa frase la possono dire ovviamente anche le maestre, che talvolta per questioni logistiche fanno mettere negli armadietti i cosiddetti oggetti transizionali: va bene, però siate pronte a mandare i bambini all'armadietto se vedete che stanno faticando a gestire le proprie emozioni durante la giornata!

Noi esistiamo perché siamo amati, siamo stati amati così tanto da avere un sentimento della nostra esistenza: è questa esperienza che fonda l'identità.



venerdì 25 gennaio 2019

PASSAGGI e la mamma ansiosa


Abbiamo appena festeggiato il passaggio dal vecchio al nuovo anno... volevo 

raccontare come li vivo io, questi passaggi: non importa che sia psicologa, 

sono lo stesso (o forse appunto per questo) una mamma ansiosa.

Mamma ansiosa figlia di mamma ansiosa, e l’ansia si ferma alla generazione 

precedente la mia, penso: mia nonna non l’ho conosciuta, ma credo che la fede a quei 

tempi aiutasse molto bene a gestire l’ansia. Ora che abbiamo gli psicologi e i 

telefonini, forse siamo ancora in difficoltà?

Ecco un esempio su come il telefonino non aiuta (la mamma, pure psicologa) a gestire 

emotivamente il passaggio “dall’abbraccio della mamma al mondo”.

Durante le vacanze di Natale i due maschi fanno una vacanza (uno con gli scout, 

l’altro con l’oratorio). Hanno entrambi il telefonino. Concordiamo che mi manderanno 

dei messaggi, a cui posso eventualmente rispondere, ma non pretendere di avere una 

controrisposta.

Sono brava, mi dico: se dovessi lasciare a briglie sciolte la mia ansia, pretenderei delle 

telefonate e non semplici laconici whatsapp. (Tenete conto che devo sempre gestire 

anche l’ansia della nonna, che a sua volta mi chiede via whatsapp se i figli mi hanno 

inviato i messaggi concordati).

A proposito della laconicità, Francesco rasenta il ridicolo: il suo primo messaggio 

arriva già due ore dopo che è partito, e io non so se essere felice o preoccupata.

“Mi ritirano il cell”. Immediatamente ne arriva un secondo: “lo ritirano a tutti”. 

Eh certo, conosce bene la sua mamma: infatti mi era già partito il fotone “cosa avrà 

fatto per beccarsi subito questa punizione?”. E uno conclusivo: “ce lo ridanno stasera”.

Alla sera poi arriva l’ultimo della giornata: “ora è sera, mi hanno ridato il cell. 

Buonanotte”.

Come faceva mia mamma, che ai tempi della mia adolescenza non esisteva il 

cellulare, non lo so. Forse diceva rosari o si distraeva tirando la casa a lucido.

Io, in questi momenti di transizione dalla partenza dei figli al loro ritorno, vivo in 

apnea. Me ne accorgo dopo, quando ritornano.

Allora mi chiedo di che cosa è fatto questo passaggio, per noi mamme. 

E poi arrivo a pensare che è sempre un lasciar andare, uno spingere fuori, da quando 

nascono.

E tutti i teorici che ho studiato sono lì a sostenere che è per questo, che ci siamo: per 

rifornirli a sufficienza (di amore, risorse, strategie) perché vadano, e per essere lì 

quando ritornano. Magari ammaccati, o semplicemente raffreddati. (Ad esempio è 

inutile dire al Franci di coprirsi, non gli interessa nulla che poi io debba curargli la 

bronchite, cosa che mi stressa tantissimo).

E più siamo brave in questo, più siamo una “base sicura”, più loro potranno inoltrarsi 

nel mondo: allora quando vanno io mi dico “devo essere tutto sommato bravina, se se 

ne vanno spensierati ed entusiasti, no?”.

Questa è una consolazione per gestire il vuoto. Il vuoto che non possiamo illuderci di 

rendere meno impegnativo grazie al cellulare.

La definizione “sindrome da nido vuoto” è di solito adottata in quella fase del ciclo di 

vita famigliare in cui i figli abbandonano la famiglia di origine per crearsene una loro, 

o comunque per seguire e realizzare il proprio progetto di vita.

Forse queste vacanze-senza-genitori sono piccole prove per prepararsi a quel 

momento?

In una alternanza di vuoti e pieni, anche io mamma opero un passaggio, direi di 

consapevolezza: arrendersi alla realtà non riduce del tutto l’ansia, ma me la fa 

sopportare meglio.

E così rispondo ai whatsapp dei figli con l’unica cosa che mi sembra sensata: “ciao tesoro 

ti voglio bene”.



mercoledì 23 gennaio 2019

Chi ha ragione? qualche suggerimento per sopravvivere al braccio di ferro con tuo figlio

Quando ti accorgi che vuoi avere ragione con tuo figlio, sei dentro a un braccio di ferro!
Attenzione, perché questo implica che ci sarà chi vince e chi perde... e se qualcuno perde, è la relazione, il legame, che perde.
E se invece, allora, proviamo a mettere questo legame, questa relazione, sopra di tutto?

Scopriremmo che 
- potremmo anche dire "sai forse potresti avere ragione tu"
- potremmo anche dirci "mi prendo un momento finché non riesco a contenere la mia emotività e reattività"
- potremmo anche trovare un momento migliore, con meno tensione, dove poter confrontarci con nostro figlio sull'argomento che ci ha messo nel braccio di ferro; 
(notate: noi abbiamo un argomento su cui la pensiamo diversamente... il noi è dallo stesso lato, non è messo in discussione, è l'argomento che sta dall'altra parte della barricata)
Se lo troviamo, questo momento, (quindi non a cena, se il braccio di ferro è sul mangiare le verdure!!!) potremmo scoprire che abbiamo la possibilità di costruire assieme una visione della realtà, facendo domande che rendano nostro figlio parte del processo, anche coinvolgendolo (sempre prendendo l'esempio delle verdure) nella preparazione, magari addirittura provando a coltivarle assieme, oppure semplicemente offrendogli una scelta tra due cose: questo lo fa sentire con un po' di potere. 
Del resto, anche se potrebbe sembrare di gestione più semplice, davvero vorrei che mio figlio fosse un mini-me? Un me in miniatura? I figli hanno le loro idee, sensazioni, convinzioni... e ne avranno sempre di più, e sempre più forti, crescendo!
Proviamo a chiederci: come vorrei che mi fosse detto? Non vorrei sentirmi comandata!
Quando Francesco era piccolo, capitava che ci fossero degli scontri (del tipo: non voleva mettersi le scarpe, o spegnere la televisione) e lui, dalla commovente altezza dei sui tre anni, diceva con veemenza: "non voglio!". Ma io avevo trovato che con lui funzionava questa mia risposta semplicissima: "ma IO voglio!". 
Incredibile, ma bastava perché lui ci pensasse un attimo e poi faceva quello che gli era stato chiesto. Questo perché a quella età noi genitori siamo ancora delle semidivinità per i nostri figli; Francesco  non trovava obiezioni al fatto che ero io a volere una cosa. (Ora non è più così...!)

Ricordiamoci: stare nella relazione è più importante che vincere, assicuriamoci che nostro figlio si senta sempre connesso con me genitore; se attiviamo la nostra creatività, troveremo certo qualcosa che ci rispecchia e rispecchia la personalità di nostro figlio, solo se ci ritagliamo del tempo. (gli americani dicono "teachable moment", un momento dove si possa passare un insegnamento)
Validiamo le nostre emozioni, ma anche le loro: chiediamoci come si potrebbe sentire mia figlia in quella situazione, cerchiamo magari di ricordarci noi alla sua età, che emozioni vivevamo. Proviamo ad empatizzare, a comprendere, che non vuol dire giustificare o permettere qualsiasi cosa.
A volte il braccio di ferro lo inneschiamo perché mossi dalle nostre paure: e quindi spesso non vediamo una via di mezzo tra essere rigidi, intransigenti, bloccare tutto, o dal lato opposto dichiararci sconfitti.
Ma loro vogliono crescere, non possiamo bloccarli! E devono crescere in sicurezza, non possiamo arrenderci!
Spesso la via di mezzo è possibile trovarla nel confronto col partner: l'altro genitore è indispensabile per aiutarmi a comprendere le diverse sfaccettature di nostro figlio (qualcuna la vedo io, qualche altra la vede lui), e per il figlio è importante sentirsi visto e pensato da entrambi. 
Inoltre, nel confronto con l'altro genitore, ho la possibilità di cogliere anche aspetti di me (ad esempio in che situazioni sono più reattiva, e di cosa ho bisogno in qui momenti per gestire meglio le mie emozioni). 
E' un lavoro di squadra!







sabato 22 settembre 2018

MAMMA E PAPA': DUE SPECCHI IN CUI GUARDARSI

Proseguo qui a riportare spunti di riflessione proposti nei miei incontri coi genitori.
Mi è stato chiesto di raccontare la complementarietà di mamma e papà, nella funzione genitoriale.
Sono arrivata quindi a questo punto-gioco con uno specchietto portatile, di quelli che si aprono e hanno due facciate riflettenti: così aperto, l'ho appoggiato su di un tavolino e, nel mezzo, a rispecchiarsi, ho posto un piccolo omino dei lego. (A casa mia spuntano come funghi).
Sapete chi sono questi due specchi?
Ho esordito con questa domanda.
Sono la mamma ed il papà.
Il bambino ci si specchia dentro, e siccome sono due angolazioni diverse, rimandano due immagini lievemente differenti che, come figlio, avrò il compito di integrare, come un esercizio ortottico di convergenza, per farmi una immagine unitaria di me.
Innanzitutto quello che mi ritorna, con due genitori "sufficientemente buoni", sono due sguardi amorevoli: certo si arrabbiano, certo hanno dei limiti, ma sostanzialmente non sento mancare l'affetto. Se sono amato, se sento questo sguardo benevolo su di me, non devo essere malaccio. Qui nasce la fiducia di base.
Facciamo qualche altra riflessione su questi due specchi e sul bambino che vi si riflette?
Potremmo chiederci che tipo di specchio siamo.
Questo dipende dalla storia di ciascuno, da che genitori abbiamo avuto, da che figli siamo stati. Naturalmente ci saranno differenze tra i due genitori: allora la prima cosa importantissima è NON SVALUTARE AGLI OCCHI DEL BAMBINO l'immagine che l'altro genitore gli restituisce. Altrimenti gli accresciamo la difficoltà nel suo esercizio di convergenza, vi pare?
Come dice la Maioli Sanese, non così è importante se i due genitori portano due gerarchie valoriali diverse: ad esempio con la mamma si mangia a tavola, col papà si può stare sul divano a guardare la TV mentre si mangiano schifezze. O viceversa. Il bambino se ne fa una ragione, si riesce ad orientare tra queste differenze. Ma non si capacita se un genitore svaluta l'altro. E' come annullare uno dei due specchi. E' ridurre la prospettiva da 360 gradi a 180. Il bambino risulta psicologicamente amputato nell'immagine che si sta costruendo di sé. E' come avere metà dei pezzi di lego per fare una costruzione: rimarrebbe incompleta.
Potremmo anche chiederci che tipo di immagine restituiamo.
Per il figlio è importante sapersi pensato, (funzione riflessiva di Fonagy) questo dà la possibilità di percepire la continuità della propria identità attraverso i cambiamenti.
Ora sappiamo dalle ultime scoperte scientifiche che è ancor più di pensato: ogni nostra cellula, tutto il nostro corpo e non solo il cervello lo ha dentro, lo conosce. Qui si intravede il dna, la storia, non è solo la somiglianza fisica o di carattere: è il legame, che è più dell’essere pensato.
Ritornando all'immagine dei due specchi, chiediamoci cosa fa con la mamma? Cosa fa col papà? Il l bambino “si impara” attraverso il nostro corpo. Il corpo del papà, il corpo della mamma. Sono due esperienze diverse, perché sono due corpi diversi che si muovono diversamente. (Anja Witowska) Così il bambino conosce e si conosce per somiglianza e per differenza: il corpo della mamma è diverso dal corpo del papà, la storia del figlio con i due corpi è diversa. In più non è uguale se sono mamme di maschi o di femmine, papà di maschi o di femmine e chi ha figli sia maschi che femmine lo sa e per questo è importante ascoltare la loro esperienza. Infatti secondo Bollea (ma anche, in particolare, Vittorio Volpi) è importante che il bambino si identifichi nella immagine che gli restituisce il genitore dello stesso sesso, proprio perché è femmina come lei, o maschio come lui. Questo sembra mettere in secondo piano il genitore di sesso opposto, invece questi ha un ruolo particolare ed insostituibile, perché risulta il testimone più vicino del processo di identificazione e dunque colui o colei che più di chiunque altro può sostenere o interferire in questo delicato percorso. 

Ma è così difficile a volte, quando ci sono delle divergenze...
Vero: la differenza di storia personale può richiedere una fase laboriosa di accordo sulla linea educativa, e può comportare talvolta divergenze. Ma ora vi propongo una chiave di lettura sulle divergenze: se i due genitori percepiscono una situazione o comportamento del figlio in modo differente, si può ipotizzare la compresenza di emozioni differenti portate dal figlio e registrate ciascuna rispettivamente dai due "specchi". Ovvero la mamma dà voce alle une, il papà alle altre. Un conflitto interiore, insomma, che viene manifestato proprio da questa funzione riflettente dei due genitori.
La cosa comune dei due genitori però, è che per via del loro amore, dunque della loro capacità di sentire o sensibilità, colgono gli stati d'animo (anche contraddittori) del figlio, anche se lui non li dice (o non li sa dire, o teme di dirli).
L'unione anche in questo caso fa la forza!