lunedì 11 febbraio 2019

SONO AMATO QUINDI SONO

Nei giorni scorsi è arrivata da me una coppia con figlio primogenito alla scuola dell'infanzia: ne vedo tanti, di questi genitori attenti e interessati ad aiutare il proprio piccolo ad affacciarsi al mondo.
Oltre a raccogliere più informazioni sulla loro storia, mi accorgo che durante questi colloqui mi ritrovo a dire spesso queste cose:

- il bambino è mosso dalle emozioni, talvolta così intense da non riuscirle a contenere: è il genitore che deve funzionare da contenitore, (la corteccia prefrontale, ovvero la parte razionale, si sviluppa completamente solo verso i vent'anni!) incontrando il figlio lì in quella emozione faticosa,  nominandogliela (ad esempio "certo sei proprio arrabbiato, mi spiace, capisco... sto qui finché non ti passa") e magari, successivamente, suggerendo una via d'uscita...

-Il genitore può recuperare alcuni episodi della propria storia e raccontare al figlio come è uscito lui, da quel "labirinto": non c'è nulla di più interessante per i figli della storia dei propri genitori! Con questo bagaglio di esperienza "ereditata", che rafforza il senso di identità e di appartenenza, affronteranno la realtà. Si possono recuperare anche delle foto di quando mamma o papà erano piccoli, per raccontare! Si può chiedere ai nonni... magari concordando lo scopo del racconto!

- Affrontare la realtà è una impresa, per un bambino di tre/quattro anni: il genitore è MAESTRO DI REALTA' e, come sminuzziamo loro il cibo, così possiamo rendergliela altrettanto più accessibile e "digeribile", spiegando cosa sta accadendo, cosa sta per accadere, rassicurandolo.
Finché il figlio non possiede la cognizione del tempo, faticherà a vivere i passaggi, le transizioni: dal letto alla scuola, dal gioco alla cena, dalla televisione al mettere il pigiama, per non parlare dell'addormentarsi! Questi passaggi sono fatiche meglio affrontabili, se sento miei alleati il papà, la mamma, in questa battaglia.

- Affrontare la realtà da soli, quella della scuola d'infanzia, è molto complesso: tante cose da capire, regole da rispettare, compagni con cui interagire, altri adulti da ascoltare... a volte non ce la si fa! Soprattutto la cosa che succede è che, in assenza della mia figura di riferimento, della mamma e del papà che mi amano, davanti ad una difficoltà io mi smarrisco: mi sento sparire, andare in pezzi, (avete presente il terrore del biscotto spezzato? Riguarda questa cosa!); mi manca lo sguardo d'amore che mi "tiene insieme" e mi fa esistere.
Per questo suggerisco che i bambini tengano sempre in tasca del grembiulino un fogliettino di carta, sul quale mamma o papà abbiano disegnato un cuoricino, una faccina: è uno strumento di emergenza da recuperare quando io figlio sento di aver bisogno di loro, di sapere che questo legame esiste e mi fa esistere.

Quando ho detto a questi due genitori quest'ultima cosa, il papà dice: "è vero, c'è bisogno di ossigeno ogni tanto", allora io preciso: SIETE VOI IL SUO OSSIGENO, E' IL VOSTRO AMORE.
Per me bambino è vitale, riossigenante, ricordarmi attraverso un oggetto concreto (il foglietto che mi hai lasciato tu mamma, tu papà) che IO ESISTO PERCHE' SONO AMATO!
La rassicurazione riguarda essenzialmente questa cosa: "la mamma ti vuole bene, il papà ti vuole bene, ce la puoi fare". 
Questa frase la possono dire ovviamente anche le maestre, che talvolta per questioni logistiche fanno mettere negli armadietti i cosiddetti oggetti transizionali: va bene, però siate pronte a mandare i bambini all'armadietto se vedete che stanno faticando a gestire le proprie emozioni durante la giornata!

Noi esistiamo perché siamo amati, siamo stati amati così tanto da avere un sentimento della nostra esistenza: è questa esperienza che fonda l'identità.



venerdì 25 gennaio 2019

PASSAGGI e la mamma ansiosa


Abbiamo appena festeggiato il passaggio dal vecchio al nuovo anno... volevo 

raccontare come li vivo io, questi passaggi: non importa che sia psicologa, 

sono lo stesso (o forse appunto per questo) una mamma ansiosa.

Mamma ansiosa figlia di mamma ansiosa, e l’ansia si ferma alla generazione 

precedente la mia, penso: mia nonna non l’ho conosciuta, ma credo che la fede a quei 

tempi aiutasse molto bene a gestire l’ansia. Ora che abbiamo gli psicologi e i 

telefonini, forse siamo ancora in difficoltà?

Ecco un esempio su come il telefonino non aiuta (la mamma, pure psicologa) a gestire 

emotivamente il passaggio “dall’abbraccio della mamma al mondo”.

Durante le vacanze di Natale i due maschi fanno una vacanza (uno con gli scout, 

l’altro con l’oratorio). Hanno entrambi il telefonino. Concordiamo che mi manderanno 

dei messaggi, a cui posso eventualmente rispondere, ma non pretendere di avere una 

controrisposta.

Sono brava, mi dico: se dovessi lasciare a briglie sciolte la mia ansia, pretenderei delle 

telefonate e non semplici laconici whatsapp. (Tenete conto che devo sempre gestire 

anche l’ansia della nonna, che a sua volta mi chiede via whatsapp se i figli mi hanno 

inviato i messaggi concordati).

A proposito della laconicità, Francesco rasenta il ridicolo: il suo primo messaggio 

arriva già due ore dopo che è partito, e io non so se essere felice o preoccupata.

“Mi ritirano il cell”. Immediatamente ne arriva un secondo: “lo ritirano a tutti”. 

Eh certo, conosce bene la sua mamma: infatti mi era già partito il fotone “cosa avrà 

fatto per beccarsi subito questa punizione?”. E uno conclusivo: “ce lo ridanno stasera”.

Alla sera poi arriva l’ultimo della giornata: “ora è sera, mi hanno ridato il cell. 

Buonanotte”.

Come faceva mia mamma, che ai tempi della mia adolescenza non esisteva il 

cellulare, non lo so. Forse diceva rosari o si distraeva tirando la casa a lucido.

Io, in questi momenti di transizione dalla partenza dei figli al loro ritorno, vivo in 

apnea. Me ne accorgo dopo, quando ritornano.

Allora mi chiedo di che cosa è fatto questo passaggio, per noi mamme. 

E poi arrivo a pensare che è sempre un lasciar andare, uno spingere fuori, da quando 

nascono.

E tutti i teorici che ho studiato sono lì a sostenere che è per questo, che ci siamo: per 

rifornirli a sufficienza (di amore, risorse, strategie) perché vadano, e per essere lì 

quando ritornano. Magari ammaccati, o semplicemente raffreddati. (Ad esempio è 

inutile dire al Franci di coprirsi, non gli interessa nulla che poi io debba curargli la 

bronchite, cosa che mi stressa tantissimo).

E più siamo brave in questo, più siamo una “base sicura”, più loro potranno inoltrarsi 

nel mondo: allora quando vanno io mi dico “devo essere tutto sommato bravina, se se 

ne vanno spensierati ed entusiasti, no?”.

Questa è una consolazione per gestire il vuoto. Il vuoto che non possiamo illuderci di 

rendere meno impegnativo grazie al cellulare.

La definizione “sindrome da nido vuoto” è di solito adottata in quella fase del ciclo di 

vita famigliare in cui i figli abbandonano la famiglia di origine per crearsene una loro, 

o comunque per seguire e realizzare il proprio progetto di vita.

Forse queste vacanze-senza-genitori sono piccole prove per prepararsi a quel 

momento?

In una alternanza di vuoti e pieni, anche io mamma opero un passaggio, direi di 

consapevolezza: arrendersi alla realtà non riduce del tutto l’ansia, ma me la fa 

sopportare meglio.

E così rispondo ai whatsapp dei figli con l’unica cosa che mi sembra sensata: “ciao tesoro 

ti voglio bene”.



mercoledì 23 gennaio 2019

Chi ha ragione? qualche suggerimento per sopravvivere al braccio di ferro con tuo figlio

Quando ti accorgi che vuoi avere ragione con tuo figlio, sei dentro a un braccio di ferro!
Attenzione, perché questo implica che ci sarà chi vince e chi perde... e se qualcuno perde, è la relazione, il legame, che perde.
E se invece, allora, proviamo a mettere questo legame, questa relazione, sopra di tutto?

Scopriremmo che 
- potremmo anche dire "sai forse potresti avere ragione tu"
- potremmo anche dirci "mi prendo un momento finché non riesco a contenere la mia emotività e reattività"
- potremmo anche trovare un momento migliore, con meno tensione, dove poter confrontarci con nostro figlio sull'argomento che ci ha messo nel braccio di ferro; 
(notate: noi abbiamo un argomento su cui la pensiamo diversamente... il noi è dallo stesso lato, non è messo in discussione, è l'argomento che sta dall'altra parte della barricata)
Se lo troviamo, questo momento, (quindi non a cena, se il braccio di ferro è sul mangiare le verdure!!!) potremmo scoprire che abbiamo la possibilità di costruire assieme una visione della realtà, facendo domande che rendano nostro figlio parte del processo, anche coinvolgendolo (sempre prendendo l'esempio delle verdure) nella preparazione, magari addirittura provando a coltivarle assieme, oppure semplicemente offrendogli una scelta tra due cose: questo lo fa sentire con un po' di potere. 
Del resto, anche se potrebbe sembrare di gestione più semplice, davvero vorrei che mio figlio fosse un mini-me? Un me in miniatura? I figli hanno le loro idee, sensazioni, convinzioni... e ne avranno sempre di più, e sempre più forti, crescendo!
Proviamo a chiederci: come vorrei che mi fosse detto? Non vorrei sentirmi comandata!
Quando Francesco era piccolo, capitava che ci fossero degli scontri (del tipo: non voleva mettersi le scarpe, o spegnere la televisione) e lui, dalla commovente altezza dei sui tre anni, diceva con veemenza: "non voglio!". Ma io avevo trovato che con lui funzionava questa mia risposta semplicissima: "ma IO voglio!". 
Incredibile, ma bastava perché lui ci pensasse un attimo e poi faceva quello che gli era stato chiesto. Questo perché a quella età noi genitori siamo ancora delle semidivinità per i nostri figli; Francesco  non trovava obiezioni al fatto che ero io a volere una cosa. (Ora non è più così...!)

Ricordiamoci: stare nella relazione è più importante che vincere, assicuriamoci che nostro figlio si senta sempre connesso con me genitore; se attiviamo la nostra creatività, troveremo certo qualcosa che ci rispecchia e rispecchia la personalità di nostro figlio, solo se ci ritagliamo del tempo. (gli americani dicono "teachable moment", un momento dove si possa passare un insegnamento)
Validiamo le nostre emozioni, ma anche le loro: chiediamoci come si potrebbe sentire mia figlia in quella situazione, cerchiamo magari di ricordarci noi alla sua età, che emozioni vivevamo. Proviamo ad empatizzare, a comprendere, che non vuol dire giustificare o permettere qualsiasi cosa.
A volte il braccio di ferro lo inneschiamo perché mossi dalle nostre paure: e quindi spesso non vediamo una via di mezzo tra essere rigidi, intransigenti, bloccare tutto, o dal lato opposto dichiararci sconfitti.
Ma loro vogliono crescere, non possiamo bloccarli! E devono crescere in sicurezza, non possiamo arrenderci!
Spesso la via di mezzo è possibile trovarla nel confronto col partner: l'altro genitore è indispensabile per aiutarmi a comprendere le diverse sfaccettature di nostro figlio (qualcuna la vedo io, qualche altra la vede lui), e per il figlio è importante sentirsi visto e pensato da entrambi. 
Inoltre, nel confronto con l'altro genitore, ho la possibilità di cogliere anche aspetti di me (ad esempio in che situazioni sono più reattiva, e di cosa ho bisogno in qui momenti per gestire meglio le mie emozioni). 
E' un lavoro di squadra!







sabato 22 settembre 2018

MAMMA E PAPA': DUE SPECCHI IN CUI GUARDARSI

Proseguo qui a riportare spunti di riflessione proposti nei miei incontri coi genitori.
Mi è stato chiesto di raccontare la complementarietà di mamma e papà, nella funzione genitoriale.
Sono arrivata quindi a questo punto-gioco con uno specchietto portatile, di quelli che si aprono e hanno due facciate riflettenti: così aperto, l'ho appoggiato su di un tavolino e, nel mezzo, a rispecchiarsi, ho posto un piccolo omino dei lego. (A casa mia spuntano come funghi).
Sapete chi sono questi due specchi?
Ho esordito con questa domanda.
Sono la mamma ed il papà.
Il bambino ci si specchia dentro, e siccome sono due angolazioni diverse, rimandano due immagini lievemente differenti che, come figlio, avrò il compito di integrare, come un esercizio ortottico di convergenza, per farmi una immagine unitaria di me.
Innanzitutto quello che mi ritorna, con due genitori "sufficientemente buoni", sono due sguardi amorevoli: certo si arrabbiano, certo hanno dei limiti, ma sostanzialmente non sento mancare l'affetto. Se sono amato, se sento questo sguardo benevolo su di me, non devo essere malaccio. Qui nasce la fiducia di base.
Facciamo qualche altra riflessione su questi due specchi e sul bambino che vi si riflette?
Potremmo chiederci che tipo di specchio siamo.
Questo dipende dalla storia di ciascuno, da che genitori abbiamo avuto, da che figli siamo stati. Naturalmente ci saranno differenze tra i due genitori: allora la prima cosa importantissima è NON SVALUTARE AGLI OCCHI DEL BAMBINO l'immagine che l'altro genitore gli restituisce. Altrimenti gli accresciamo la difficoltà nel suo esercizio di convergenza, vi pare?
Come dice la Maioli Sanese, non così è importante se i due genitori portano due gerarchie valoriali diverse: ad esempio con la mamma si mangia a tavola, col papà si può stare sul divano a guardare la TV mentre si mangiano schifezze. O viceversa. Il bambino se ne fa una ragione, si riesce ad orientare tra queste differenze. Ma non si capacita se un genitore svaluta l'altro. E' come annullare uno dei due specchi. E' ridurre la prospettiva da 360 gradi a 180. Il bambino risulta psicologicamente amputato nell'immagine che si sta costruendo di sé. E' come avere metà dei pezzi di lego per fare una costruzione: rimarrebbe incompleta.
Potremmo anche chiederci che tipo di immagine restituiamo.
Per il figlio è importante sapersi pensato, (funzione riflessiva di Fonagy) questo dà la possibilità di percepire la continuità della propria identità attraverso i cambiamenti.
Ora sappiamo dalle ultime scoperte scientifiche che è ancor più di pensato: ogni nostra cellula, tutto il nostro corpo e non solo il cervello lo ha dentro, lo conosce. Qui si intravede il dna, la storia, non è solo la somiglianza fisica o di carattere: è il legame, che è più dell’essere pensato.
Ritornando all'immagine dei due specchi, chiediamoci cosa fa con la mamma? Cosa fa col papà? Il l bambino “si impara” attraverso il nostro corpo. Il corpo del papà, il corpo della mamma. Sono due esperienze diverse, perché sono due corpi diversi che si muovono diversamente. (Anja Witowska) Così il bambino conosce e si conosce per somiglianza e per differenza: il corpo della mamma è diverso dal corpo del papà, la storia del figlio con i due corpi è diversa. In più non è uguale se sono mamme di maschi o di femmine, papà di maschi o di femmine e chi ha figli sia maschi che femmine lo sa e per questo è importante ascoltare la loro esperienza. Infatti secondo Bollea (ma anche, in particolare, Vittorio Volpi) è importante che il bambino si identifichi nella immagine che gli restituisce il genitore dello stesso sesso, proprio perché è femmina come lei, o maschio come lui. Questo sembra mettere in secondo piano il genitore di sesso opposto, invece questi ha un ruolo particolare ed insostituibile, perché risulta il testimone più vicino del processo di identificazione e dunque colui o colei che più di chiunque altro può sostenere o interferire in questo delicato percorso. 

Ma è così difficile a volte, quando ci sono delle divergenze...
Vero: la differenza di storia personale può richiedere una fase laboriosa di accordo sulla linea educativa, e può comportare talvolta divergenze. Ma ora vi propongo una chiave di lettura sulle divergenze: se i due genitori percepiscono una situazione o comportamento del figlio in modo differente, si può ipotizzare la compresenza di emozioni differenti portate dal figlio e registrate ciascuna rispettivamente dai due "specchi". Ovvero la mamma dà voce alle une, il papà alle altre. Un conflitto interiore, insomma, che viene manifestato proprio da questa funzione riflettente dei due genitori.
La cosa comune dei due genitori però, è che per via del loro amore, dunque della loro capacità di sentire o sensibilità, colgono gli stati d'animo (anche contraddittori) del figlio, anche se lui non li dice (o non li sa dire, o teme di dirli).
L'unione anche in questo caso fa la forza!




domenica 2 settembre 2018

UNA FIABA PERCHE'

E'il titolo del mio nuovo libro che raccoglie tutte le fiabe inventate d me, nel tempo, per le famiglie che sono venute a trovarmi con i loro piccoli grandi problemi.
E' il titolo dell'incontro che ho tenuto alla scuola dell'infanzia di Rogeno, la scorsa stagione: voglio condividere qui con voi gli spunti su cui abbiamo riflettuto assieme...

Le fiabe sono da sempre servite come strumento pedagogico, educativo, perché le fiabe educano: a cosa? a RICONOSCERE le emozioni. Lo sapevate che la regolazione delle emozioni si interiorizza nei primi trenta mesi di vita? Ecco perché se racconto le fiabe con regolarità ai miei figli, magari nel rito della buonanotte, li aiuto ad acquisire questa capacità.

E’ importante questa cosa che ci sforziamo di CAPIRE le emozioni di nostro figlio, che cerchiamo di SINTONIZZARCI con lui. Questa cosa è faticosa (sono mamma di adolescenti, yeah) -ciononostante è una fatica inclusa nel pacchetto genitori, ma vi dico che fare questa fatica solleva da molte altre!!!
Gli studiosi americani (mi riferisco a Daniel Siegel su tutti) usano spesso questa parola, CONNETTERSI. Connettersi con le emozioni di vostro figlio ve lo rende più comprensibile, non è detto che risolva le cose ma lo aiuta a SENTIRVI VICINI, a SENTIRSI VISTO. 
A volte sentirsi visti non è piacevole, come passare davanti allo specchio spettinati o appena alzati: abbiamo una reazione di orrore, di rifiuto!
Ho visto che le fiabe parlano di queste emozioni in modo gentile, sono uno SPECCHIO GENTILE,
perché io bambino posso scegliere di credere che quello che sto vedendo non sono io, se non ce la faccio a reggere la vista... intanto, piano piano, imparo a familiarizzare con quella emozione: non ne vengo più sopraffatto, so come si chiama! So anche che passa!
Le emozioni sono il motore del comportamento, come i bisogni. Se nomino l’emozione, se la riconosco, riesco a spiegare il comportamento: gli americani dicono " name to tame" cioè nomino per addomesticare. Questo concetto l'ho raccontato nella fiaba di Parolandia, nella introduzione al libro "sentimenti a scuola".
La fiaba si può quindi considerare come un LABORATORIO DI SENTIMENTI, dove, immedesimandosi nel protagonista, ci si può identificare per interposta persona nella vicenda emotiva e contattare paura, rabbia, tristezza, vergogna… per sapere che alla fine c’è lo stupore e la gioia. E questo permette di non farsi travolgere dall'emozione. Permette di SPERARE. E quindi di poter affrontare le difficoltà.

Prova a chiederti quale fiaba piace di più a tuo figlio ora: possiamo intuire quale emozioni sta cercando di rielaborare grazie a questa fiaba? 
Ogni fiaba ha una struttura di base: protagonista/evento critico/risorse-risoluzione/lieto fine. Anche ogni evento della nostra vita ha questa struttura, ci avete fatto caso?
Spesso uso questa metafora del labirinto: ogni volta che dobbiamo affrontare una difficoltà e non sappiamo come uscirne, è come se fossimo dentro un labirinto. La fiaba è un po' come un filo di Arianna per superarlo... Noi genitori abbiamo attraversato questi "labirinti emotivi" prima dei nostri figli, possiamo offrire questo a loro: oltre al cibo, alle cose che servono, gli offriamo la nostra esperienza. Possiamo quindi anche raccontar loro qualche episodio di come abbiamo fatto noi, ad imparare a gestire la rabbia, la paura, la tristezza, la vergogna... 
Eh già. 
Anche noi forse non sempre riusciamo a gestire al meglio queste emozioni, vero?
Si tratta delle parti più antiche del cervello, che a volte mettono fuori uso la parte più evoluta, ovvero la corteccia prefrontale: la parte razionale. Ma pensate che questa parte del cervello si sviluppa pienamente solo dopo i 18 anni! Ecco che ci tocca fare da corteccia prefrontale anche a nostro figlio, finché non ce l'ha lui di suo, ben funzionante!

Quando scegliamo una fiaba da raccontare a nostro figlio, è perché lo VEDIAMO, in quale labirinto si sta dibattendo. Questa esperienza del SENTIRSI VISTI non la può offrire nessuno strumento tecnologicamente avanzato. 
Quando vostro figlio si sente visto da voi... non ha prezzo.
Ecco perché, vale la pena di leggergli proprio quella fiaba che parla, gentilmente, delle sue battaglie interiori.
Perché siamo dalla sua parte.





martedì 28 agosto 2018

Limiti che Liberano

Mi piace questo titolo paradossale, vorrei farci un laboratorio di movimento per genitori e figli...!
Intanto ci ho fatto una serata coi genitori dell'ABIBO' di Erba, lo scorso maggio: di seguito riporto le 
suggestioni su cui abbiamo lavorato.
Intanto c'è una PREMESSA: IL GENITORE CONSAPEVOLE dei propri limiti (e risorse) risulta essere
 il dato predittivo migliore del benessere del figlio. 
Ora il discorso del limite richiama subito quello dei NO, quindi ci chiediamo: quali no diciamo? Perché?

- Esistono i no per la sopravvivenza (ne va della sicurezza, della vita!): su questi siamo tutti ferrati, 
decisi, irremovibili ed efficaci
- ed esistono i no che diciamo "per vivere bene": questi, se ci pensiamo bene, hanno a che fare con ciò 
che noi riteniamo importante, definiamoli pure i valori della nostra famiglia (ad esempio il cenare
 assieme) Questo ci porta a riflettere sulla nostra gerarchia di valori e di conseguenza a scegliere le 
nostre battaglie per sostenerli e trasmetterli. Scegliere le battaglie importanti, certo: su altre potremo
tralasciare, non si può stare sempre in atteggiamento battagliero...!!!
Qui però c'è già un corollario interessante: la regola  che diamo ai figli è di fatto una comunicazione su
quello che abbiamo capito della vita, riguarda un valore in cui crediamo e che vogliamo difendere e
trasmettere loro. Questa comunicazione è importante per la costruzione dell'identità del figlio: "ti dico 
chi siamo e quindi chi sei tu, a chi appartieni".

La ricerca mostra che i bambini si sviluppano in modo ottimale quando stabiliamo i limiti come 
necessari, ma lo facciamo con empatia: questo permette loro di interiorizzare il limite. 
I bambini hanno bisogno di limiti appropriati, ma è il modo in cui lo fai che conta.
 fissare i limiti con empatia significa che tu:
- Inizi con una connessione forte e solidale con tuo figlio in modo che sappia che sei dalla sua parte.
- Guardalo dal suo punto di vista e offri una genuina empatia che possa provare, mentre fissi il limite.
E' INUTILE RAGIONARE NEL MOMENTO "RETTILIANO", ovvero quando nel figlio ha il 
sopravvento quella parte di cervello più istintiva ed emotiva. SPIEGHI DOPO QUANDO SIETE 
CALMI. ENTRAMBI.
- Resisti alla tentazione di essere punitivo in alcun modo. L'impostazione del limite insegna la lezione. 
Qualche cosa di più fallisce. (premi e punizioni sono pericolosamente legati alla prestazione e quindi al 
malinteso che “sono amato solo se faccio quello che ti aspetti da me”)
- Guarda la sua vita dal suo punto di vista e imposta solo i limiti che devi veramente impostare, in modo
 che la sua vita sia più legata alla connessione e alla scoperta piuttosto che ai limiti e alla frustrazione. 
Dire no troppo spesso mina la tua relazione. 
Faccio un esempio.
C'è una mamma che era venuta a dirmi: "a mio figlio dico sempre di seguire la sua creatività, ci 
tengo che sia creativo (valore): ma ieri mi ha dipinto tutto il suo triciclo col pennarello nero e l'ho 
sgridato!" Capite la comunicazione contraddittoria? Cosa può fare questo bambino? Quali valori della 
mamma in realtà entravano in conflitto? La creatività è un valore, ma i giocattoli in ordine anche. Forse 
questa mamma deve fare una gerarchia tra questi suoi due valori!

Impostare i limiti significa che a volte impedirai a tuo figlio di fare qualcosa. 
Ma se lo fai come punizione, si bloccherà nell'ingiustizia e si arrabbierà con te, e la lezione sarà persa. 
Se invece dici solo "è stato troppo difficile per te smettere di lanciare la sabbia, ma lanciare la sabbia fa
male alle persone, quindi siamo dovuti andare via; presto imparerai a fermarti quindi possiamo restare e
giocare di nuovo domani". In questo modo tuo figlio sarà ancora sconvolto dal fatto che sia dovuto
andarsene, ma ti vede come dalla sua parte e vede la prossima volta dello stare al parco come dentro
il suo potere.
L'impostazione dei limiti NON è la stessa della punizione.

LIMITARE I COMPORTAMENTI, PERMETTERE LE EMOZIONI
Vai a guardare il bisogno o l'emozione sottostante il comportamento di tuo figlio: l'emozione è
sempre il motore del comportamento. E' forse paura? Rabbia? Frustrazione? Ansia? Scoraggiamento?
Vergogna? Esasperazione? questo ti aiuta a capire cosa è in grado di gestire.
E' naturale per il bambino provare rabbia e delusione quando stabiliamo un limite. Il nostro compito è
ACCETTARE QUEI SENTIMENTI E AMARLO LO STESSO. Più lo facciamo, meno è travolto
dai suoi sentimenti, e meno fa i capricci. (che quindi son sentimenti fuori controllo)
Se non possiamo tollerare la sua rabbia e tristezza- in altre parole, quando la sua reazione-limite non 
incontra empatia - impara che parte di ciò che lui è, è inaccettabile; che ci sono momenti in cui è da
biasimare e, per di più, completamente solo.
Come in ogni emozione non riconosciuta, la rabbia e la tristezza non svaniscono, vanno nel sottosuolo, 
dove sono amplificate e seminano i semi della depressione.
Quindi: FISSIAMO IL LIMITE E RISPONDIAMO CON EMPATIA A LORO CHE NON
GRADISCONO IL LIMITE!

Se i genitori sono in grado di formire un "ambiente di contenimento" emotivo, rafforzando nel
contempo il limite, il bambino ha la libertà di scagliarsi contro il limite, di piangere e di piangere per
questo, e infine di ACCETTARLO E ANDARE AVANTI.
Andare avanti consiste nel lasciare andare quel percorso e trovare un altro percorso accettabile, ad
esempio: "Non posso giocare con Marta in questo momento; la vedrò domani". Sono limiti fermi
accompagnati da empatia che permettono ai nostri figli di provare le loro piene reazioni ai limiti e di
SUPERARLE.
Il bambino impara che il mondo E' DAVVERO pieno di ostacoli ai suoi desideri, si addolora ma poi
va avanti,cercando un altro modo per sentirsi meglio. Inoltre non è lasciato senza speranza e 
depresso, il che è ciò che accade con l'impostazione autoritaria dei limiti, che lo fa sentire 
semplicemente una cattiva persona.
Impara che non riesce sempre a farsi strada, ma OTTIENE QUALCOSA DI MEGLIO: qualcuno
che ama e accetta l'intera gamma delle sue emozioni. Questa considerazione diventa il nucleo
di una autostima positiva e stabile.
Apprende anche che può tollerare la sua rabbia e la sua infelicità e sentirsi meglio dopo.
In questo vediamo l'inizio della resilienza, dal momento che considera altre linee d'azione.
"Non posso avere la festa di compleanno al circo perché non possiamo permettercelo. Ho
pianto tutto il giorno ieri. Ma mamma e papà sembrano capirmi, forse mi aiuterebbero a
progettare una festa di calcio nel parco."

AIUTIAMOLO A MISURARSI COI LIMITI. Lasciarlo attraversare la fatica di trovare una 
soluzione alternativa, gli darà una impagabile sensazione di efficacia e padronanza. 
Di libertà.






martedì 19 giugno 2018

LE FIABE COL GUSCIO EDITE DA BONACCORSO!



 Finalmente, ragazzi: ce l'abbiamo fatta!
Ora potete chiedere in libreria o ordinarlo direttamente dall'Editore http://www.bonaccorsoeditore.it/


Ho cominciato a girare nelle librerie o posti dove mi invitano per presentarlo, se volete posso organizzarmi e venire anche nella vostra zona! Basta che mi scrivete: elena.rovagnati@teletu.it o mi telefonate, 3356344104.
Nella presentazione mi piace raccontare anche di come ciascuna fiaba è nata, e per chi: questo offre lo spunto per chiacchierare su temi e strategie educative, e confrontarsi con genitori, insegnanti, educatori.
Vi terrò aggiornati sulle prossime presentazioni!