giovedì 2 aprile 2020

Sulle dinamiche nella separazione coniugale: un racconto introdotto dal dott. Gilberto Gobbi

Avevo scritto tempo fa "Dimmi chi sei" e assieme ad altre storie lo avevo sottoposto al giudizio del dott. Gilberto Gobbi, noto psicoterapeuta che mi onorava della sua amicizia e per questo mi aveva regalato la prefazione a questa raccolta. Due giorni fa Gilberto è purtroppo mancato, e io voglio onorare il suo ricordo pubblicando qui il suo scritto, che introduce il mio racconto... GRAZIE GILBERTO.


Sono storie semplici di vita quotidiana, di persone che vivono le loro problematiche. Raccontate così sembrano delle favole, che si leggono e poi si ripongono nello scaffale, e si riprendono in mano, si rileggono, e disvelano il profondo significato.
Sono storie vere. Ed Elena Rovagnati, con delicatezza, con un fraseggio leggero, offre una lettura semplice e profonda, comprensiva e non invasiva, delle storie dei vari protagonisti che sono tra loro profondamente intrecciate. A volte sono vite invischiate: i pensieri, gli atteggiamenti, i comportamenti – pur a chilometri di distanza – si influenzano e sotterraneamente rimbalzano legando tra loro i vari personaggi.
Storie vissute, raccontate in seduta, spesso con la drammaticità di chi ne ha portato per tanto tempo il peso e finalmente si sgrava e lo affida allo psicologo.
Lo psicologo ascolta, sente, comprende, elabora, rimanda a sé e alla persona per una vita più serena.

Mi soffermo sul primo racconto “Dimmi chi sei”.
E’ l’intreccio di quattro vite, tratteggiate con sottile leggerezza e intensa realtà, che presentano una serie di problematiche, vissute, pur nella semplicità del quotidiano, come parte del “romanzo familiare”. Sigmund Freud riteneva che il “romanzo familiare”, fosse alla radice inconscia di tante narrazioni. Freud indicava un complesso di fantasie consce e inconsce che le persone sviluppano in età preadolescenziale, costruendo le proprie storie in relazione ai propri genitori, come, per esempio, quella di esser stati adottati o raccattati per strada.
L’aspetto più significativo dell’intuizione freudiana sta nel riconoscere che le fantasie non sono patrimonio specifico della patologia, ma appartengono allo sviluppo psicologico di ciascuno. Rappresentano le dinamiche interne e certi comportamenti consequenziali della vita quotidiana proprie delle dinamiche familiari, che vediamo rappresentate con chiaroscuri nel racconto che stiamo per commentare.

Due genitori, separati, distanti fisicamente, ma in relazione con l’attuale strumento della mail, con i loro conflitti personali e relazionali irrisolti, le ferite di una relazione fallita, e con una genitorialità da realizzare.
Vi è una bambina troppo piccola per ricordare il padre prima della sua partenza.
Niccolò, il maschietto, ha vissuto l’abbandono dal padre tra i tre e i quattro anni, e cresce nel mito del padre, un padre prima scomparso – creduto morto - e poi redivivo tramite la mail e il rendiconto remissivo della madre. Poiché Niccolò chiede di suo padre, la madre prima lo presenta irraggiungibile, poi lo inventa lontano, lontano, raggiungibile solo tramite mail. E’ il compromesso che fa con se stessa di fronte all’insistenza esigente del figlio, perché, se fosse per lei, di quell’uomo non vorrebbe saperne più nulla. La negazione della sua esistenza. Ma i legami psicoaffettivi, in particolare se traumatici, una volta instaurati, non si possono cancellare. Legano per sempre le persone agli antipodi della terra.
Vi è una fotografia, che rende vivo e presente il padre, e fa rivivere nella fantasia del bambino i momenti della tenerezza e della presenza paterna, prima della sua scomparsa, perché di una scomparsa si tratta.
Quattro anni indicano vivacità, movimento, ricerca di relazioni affettive, di un padre che accoglie e fa giocare, che contiene e dà le regole, che aiuta la madre a distaccarsi dal figlio, a sciogliere il cordone ombelicale, ad equilibrare l’affettività con la razionalità. E’ l’esigenza del bambino di avere la presenza della coppia maschio e femmina per la sua identificazione attraverso la differenziazione, il distacco, e l’elaborazione dell’identità psicosessuale.
Il figlio si confronta, si rispecchia, si riconosce nell’identità del padre.
E’ ciò che avviene per Niccolò. La sua storia, dai quattro anni sino alla preadolescenza, è caratterizzata da una costante ricerca del padre sino a che raggiunge l’obiettivo, al di là di ogni speranza, e, per certi aspetti, contro l’atteggiamento ambivalente della madre.
Una donna, che nello snodarsi del racconto, lentamente disvela la sua profonda realtà, le sue speranze, i suoi desideri, le sue conflittualità, le sue contraddizioni di donna/madre, che, sola, affronta la crescita e l’educazione dei figli con una volontà decisa, ma con una fragilità relazionale che incide profondamente su Niccolò, che cresce nell’ideale di un padre da incontrare, ma con un costante contatto con una madre a cui deve tutto, ogni giorno.
Questa ricerca del padre è sintetizzata dall’Autrice in “conoscere il padre per conoscere meglio se stesso”. Sono le radici che, con la loro linfa costitutiva della vita, costringono come una pulsione irrefrenabile e incontrollabile la ricerca del padre.
Gilberto Gobbi





DIMMI CHI SEI VERAMENTE
(e saprò qualcosa in più di me)

So-chi-sei
Se n’è andato, quando il maggiore aveva quasi 4 anni. Ancora piccolo, da un lato, ma già abbastanza grande, per intuire l’ingiustizia profonda di quel gesto.
Quando mi chiedeva: «Dov’è papà?» sulle prime rispondevo vaga, poi ho finito per dire che era andato così lontano e in un posto così irraggiungibile, che non potevamo aspettarci un suo ritorno.
«È morto, insomma?» chiedeva, piccino, col mento tremante.
«Sì», ho sbottato una volta, esasperata.
In fin dei conti, è come se fosse morto, no?
Ma un figlio di 4 anni non digerisce così in fretta la notizia. Avrei dovuto prevederlo.
Gli dissi, per consolarlo, che il suo papà sarebbe riuscito ogni tanto a fargli avere un messaggio, per email.
«Ma come fa, dal paradiso?»
Paradiso.
In effetti, probabilmente quel bastardo era in un paradiso naturale e magari anche fiscale, in quel momento. Io l’avrei visto meglio all’inferno. Ma a 4 anni si può ancora credere alla versione più celestiale del Paradiso.
Così, per sostenere la mia pietosa bugia, mi ero creata un secondo indirizzo email: ilparadisodibabbo@. Da quello avevo iniziato a inviare, al mio indirizzo personale, dei messaggi per Niccolò con le cose che suo padre avrebbe dovuto dirgli. Li inviavo anche a lui in Ccn.

Dimmi-chi-sono
Lo sapevo che non era papà. Intuivo che fosse mamma a dare quelle risposte. Ma era una bugia, una finzione a cui era bello credere… Comunque, quando a nove anni ne fui praticamente certo, glielo dissi. Non tanto tempo prima avevo smesso di credere a Babbo Natale.
Lei mi rispose: «In ogni caso, è quello che avrebbe risposto tuo padre».
Le credetti. Credetti anche a questa bugia. Però ero sollevato di non dover rispondere più.
Non ho perso l’abitudine, invece, di guardare le foto di papà con me da piccolo. Cercavo di immaginarmi come poteva essere, mettendo insieme quanto vedevo nelle foto, con quanto la mamma mi aveva sino ad allora detto di lui tramite quelle - rare - email.
C’era, in particolare, una foto che guardavo più spesso delle altre: papà mi teneva con le sue braccia in alto, sopra la sua testa, quasi, come un aeroplano. Potevo avere due o tre anni.
Su quella foto mi sono costruito un sacco di storie, mi immaginavo che in quel momento lui mi parlasse e dicesse:
«Vola, vola, piccolo mio. Dai, che sei coraggioso, che sei bravo come il tuo papà!».
Quasi quasi riuscivo a immaginarmi anche la stretta forte e sicura delle sue mani, credevo di sentire il loro calore, assieme a quello del suo sguardo affettuoso nei miei occhi.

So-chi-sei
Doveva arrivare anche quel momento: il momento che qualcuno, il solito perfido di turno, ti dice che Babbo Natale non esiste. Nello stesso modo, credo, Niccolò venne a sapere che ero io a mandargli i messaggi via mail. Probabilmente avevo sottovalutato le abilità tecnologiche dei bambini del giorno d’oggi. Oppure quelle deduttive.
In ogni caso, per me fu una liberazione, non posso negarlo.
Tutto sommato, sembrava che Niccolò potesse fare a meno del padre, dal quale, peraltro, non ha preso nulla. Intanto somiglia tutto a me, fisicamente. Moralmente, poi! Sin da piccolo si è mostrato assennato, riflessivo, protettivo e responsabile, verso la sorella, persino verso di me… Naturalmente, ero io che gli raccomandavo di esserlo, tramite ilparadisodibabbo@, però il risultato ha superato ogni mia aspettativa!
Ecco, magari ho esagerato, forse nelle email ho dipinto un padre che sconfina nella perfezione. Ma così ho ottenuto un figlio quasi perfetto! Si deve essere identificato con il personaggio dei messaggi, ma alla fine questo è solo un dettaglio.

Non-sai-chi-sono
Lei mi inoltrava ogni risposta “paterna” per Ccn. Correttezza? Ma no, pura perfidia, la sua. Per mostrarmi cosa non avrei saputo dire.
So benissimo chi è lei veramente. Per questo me ne sono andato. Per gli altri è sempre stata disponibile, comprensiva, accomodante. Con me, invece, una scontenta cronica: criticona, acida, tagliente e spietata.
Inoltre, si è sempre guardata bene dal mostrarmi cosa mi scriveva il bambino, nelle email. Mi metteva a conoscenza solo delle risposte che LEI dava a Niccolò. Da quelle cercavo di intuire quale poteva essere, di volta in volta, il tema posto da mio figlio.
E poi, che crudeltà augurarmi ogni volta la morte! Non voleva forse significare questo, l’indirizzo da cui mi spediva le email, ilparadisodibabbo@?
Speravo che quella tortura finisse. Soprattutto non sopportavo il pensiero che, dopo tutte quelle false frasi sagge, mio figlio avrebbe potuto persino credere in me… era giusto che non credesse a Babbo Natale, a 9 anni è giusto.
Infatti, più o meno in quel periodo i messaggi si interruppero con mio innegabile sollievo iniziale.
Solo iniziale, perché non avere più notizie stava diventando un peso sempre crescente: anche se mi rendevo conto che erano artifici, mi illudevo di aver instaurato un legame.
Così, dopo un paio di anni mi decisi di scrivere alla madre, abbozzando la scusa di un mio nuovo indirizzo email.

Dimmi-chi-sono
Nel tempo, iniziai a sentire la mancanza. Forse non delle email. Forse di un padre. Di mio padre.
Ero appena tornato da scuola, un giorno. La verifica di inglese non era andata bene, il tema di italiano nemmeno. La mamma non era a casa (sarebbe tornata dal lavoro solo due ore più tardi, dopo aver preso mia sorella a danza).
Ho pensato, in seguito, che l’inizio delle medie fosse stato davvero traumatico per me, non solo per la fatica in alcune materie: era proprio un ambiente dove mi sentivo sparire. Innanzitutto, c’erano più maschi che a casa mia, più che in tutta la mia vita fino a quel momento!
Li spiavo, ogni tanto, i miei compagni maschi, chiedendomi se questo o quell’altro comportamento lo avevano imparato dal loro papà. Io, dal canto mio, cercavo forsennatamente di aggrapparmi agli ultimi ricordi dei miei 4 anni, prima che il papà se ne andasse. Mi veniva in mente solo quella sera che avevamo giocato all’aereo, quando io mi lanciavo dal tavolino e lui, seduto sul divano, mi prendeva, tenendomi in aria con gambe tese e braccia aperte. Quella foto.
Ma non era una cosa che potevo riprodurre in qualche modo a scuola, questo ricordo non mi serviva poi a un granché.
Insomma: quel giorno, non so come, mi ritrovai a cercare nel PC della mamma tracce di lui.
Dall’inizio delle medie quello era un altro dei nuovi privilegi (oltre il cellulare e stare a casa da solo il pomeriggio), ovvero essere entrato in possesso della password del PC. Per le ricerche, avevo detto alla mamma; per giocare online, in realtà.
Rintracciai così un’email nella cartella Spam che diceva laconicamente: “Questo è il mio nuovo indirizzo mail, se volete contattarmi”. Il mittente aveva il mio stesso cognome. Io so di portare quello di papà. Ce l’ha anche mia sorella più piccola. Ma poi, perché dice volete, seconda persona plurale? A chi si rivolge, se non solamente a mia mamma? A chi altro? Non c’era nessun altro indirizzo in quella email. Vado a vedere la data: mesi e mesi prima!
Ma se fosse stato papà, la mamma me lo avrebbe detto, no? Che papà era disponibile, che gli avrei potuto scrivere… Perché non me l’ha detto?

So-chi-sei
Un venerdì sera ero tornata a casa pensando: “chissà quanto è felice Niccolò che la sorella è rimasta a dormire dalla sua amica di danza, così possiamo vedere tranquilli un film che gli piace”. Inspiegabilmente, lo trovai in lacrime, tutto rannicchiato sul divano.
Spaventata, gli chiesi cosa fosse successo. Forse la verifica di inglese? Forse il tema di italiano?
«Sì! No!» fu la risposta urlata.
E poi, di seguito, un fiume inarrestabile di parole, lui, che era stato fino a quel momento un bambino così dolce…
«In inglese faccio schifo! Hai capito?! Non ho certo preso da te, che fai la traduttrice e interprete di mestiere! Allora mi dici da chi ho preso? Da papà? Forse ho preso da lui pure in italiano, perché vado male anche in quello!... Ma no, non può essere! Fino a quando abbiamo ricevuto le sue email sfoggiava un linguaggio da Accademia della Crusca!»
Queste ultime due frasi le aveva pronunciate con un sarcasmo inaudito per lui. Ma certo, due o tre anni prima lui aveva capito che non poteva essere il suo papà, a scrivere quelle cose così assennate e forbite… Lo sapevo: il mio stratagemma per consolarlo a quattro anni, ora che ne aveva quasi dodici, mi si stava presentando in tutto il suo effetto boomerang!
«Tesoro, non essere così crudele con la mamma, era a fin di bene…» Cercai la sua comprensione.
Questa frase aveva avuto un piccolo effetto su di lui, si era ricomposto un pochino e poi aveva continuato.
«Mamma sono grande adesso! Finiamola con i trucchetti per bambini, voglio sapere di mio padre!»
Povero piccolo, come faccio a raccontarti chi era davvero tuo padre? Uno che non c’era mai davvero, un superficiale, perennemente distratto da cose inutili… Come faccio a dirti quanto mi ha fatto star male essere lasciata sola, da un giorno all’altro, perché le responsabilità di una famiglia erano troppo pesanti, per lui? E per me forse no? Ma hai ragione, te lo devo raccontare!
E poi si era mai fatto vivo? Latitante! Era inutile farmi sapere che aveva cambiato indirizzo email, omettendo accuratamente qualsiasi domanda su di noi, per paura di darmi dei soldi per il nostro mantenimento!

Non-sai-chi-sono
Naturalmente, c’era da aspettarselo, non ricevetti risposta a quella email.
Il momento più fastidioso fu quando provai a pensare a cosa potesse avergli detto di me. Certo le ho lasciato campo libero. Se mi avesse dipinto come l’essere più infimo della Terra, non ci sarebbe stato nessuno a smentirla. Ha fatto terra bruciata: amici, parenti (alla lontana: quelli poi, li si perde come niente!).
I miei figli… vivi sono vivi, almeno questo. Non mi terrebbe nascosta questa notizia, non fosse che per rinfacciarmi il destino tragico a cui li ho destinati, abbandonandoli.

Dimmi-chi-sono
Le ho fatto delle domande dirette, non poteva non rispondere. Purtroppo per me. Ha finito per spiattellarmi tutte le incoerenze, mancanze, superficialità, difetti macroscopici di quello smidollato inaffidabile che risultava essere mio padre.
Da allora, guardando le foto che lo ritraevano, non lo riconoscevo più. Come far combaciare quelle immagini con quanto la mamma mi aveva raccontato ora di lui?
Ad esempio, quando mi ricapitava sottomano la foto del gioco dell’aereo. Certo, lì papà sembrava sorridente, affettuoso, e io sembravo adorarlo, divertito.
Ma se le cose fossero state diverse da quell’istante immortalato? Se, in realtà, il secondo successivo lui mi avesse scaraventato a terra, irritato per quel gioco da mocciosi? Se, invece, quello che era veramente accaduto dopo, fosse stata una solenne sgridata, di non assillarlo come una cozza, che aveva cose più importanti da fare? Le ultime rivelazioni della mamma lasciavano aperta ogni ipotesi, anche le più fosche. Così, con la mia fantasia arrivavo a immaginare che, all’ultimo dei miei tuffi fiduciosi nella sua presa, lui la mancava apposta e con ghigno sprezzante commentava:
«Figlio, impara nella vita a non fidarti mai di nessuno, ma proprio NESSUNO».
Morto, non era morto. Effettivamente poteva esserci il dubbio... papà era pure figlio unico e per di più orfano, da quando aveva vent’anni. Certo, nella sfiga, ho capito a chi somiglio… Comunque alla mia domanda diretta la mamma aveva fortunatamente confermato: vivo. Da qualche parte sul pianeta, ma irraggiungibile. Erano anni che non aveva più notizie. E rieccola che mente! Ma non ho avuto cuore di infierire. L’ho abbracciata, alla fine. In fondo ha ragione lei: cosa può fare di più di così, una madre sola?
Ma il pensiero mi è ritornato più volte, da allora: è certamente vivo. Probabilmente (queste erano le nuove informazioni), un grande stronzo, indegno di quella santa della mamma. Però indubbiamente c’è. Esiste. E allora chi è? E cosa vuol dire essere figli di uno stronzo? Somigliargli? Forse questa cosa potevo usarla, a scuola! Che grande idea!

So-chi-sei
Insomma poi quella sera, per consolarlo, guardammo un vecchio cartone di Braccio di Ferro, che gli piaceva quando era piccolo. Un film un po’ strano. A dir la verità non l’ho mai seguito tutto, nemmeno quella sera, effettivamente, perché ogni tanto mi assentavo per telefonare. Ho dovuto raccontare a mia sorella e alle mie amiche separate la scenata che mi aveva fatto Niccolò.
Per tornare al film, a un certo punto ho capito che Braccio di Ferro incontrava suo papà dopo tanti anni. Mannaggia, ma proprio questo film dovevamo vedere?! E non avrà avuto effetti deleteri sul bambino?! Poi mi sono tranquillizzata, perché ho capito che Braccio di Ferro era deluso da suo padre, che lo aveva raggiunto per dirgliene quattro sul fatto che lo aveva abbandonato. Tra l’altro Niccolò in quel mentre stava sonnecchiando, certamente non poteva rimanere traumatizzato da quel cartone.
Tornai a telefonare, in bagno.

Dimmi-chi-sono
Intanto, mi ero copiato quell’indirizzo email. Non sul cellulare, la mamma me lo controlla quotidianamente. Per il mio bene, ovviamente. Me l’ero copiato su un pezzetto di carta. Che poi avevo bruciato, una volta inciso sotto il banco, a scuola.
Questa effettivamente non si era poi rivelata una grande idea, perché un giorno avevo guardato sotto il banco e la mia incisione non c’era più!
In quel momento devo essermi guardato attorno smarrito. Purtroppo la prof. di inglese interpretò quello smarrimento come se io cercassi di copiare durante l’ennesima verifica, così mi aveva mandato fuori dalla classe in punizione. Che disastro! Non potevo trattenere le lacrime, la bidella pietosa si era avvicinata:
«Mi scusi, ma dove avete messo il mio banco?» le avevo chiesto, farfugliando.
Ho capito dopo che, quando fanno le pulizie, a volte può capitare che i banchi vengano piazzati in postazioni differenti. La mia compagna di banco, Martina, aveva aspettato con me che uscissero tutti, anche la prof., alla campanella dell’intervallo, e mi ha aiutato a guardare sotto tutti i banchi finché abbiamo trovato il mio.
La Martina è proprio comprensiva, anche se non è la più bella della classe, però è una sveglia. Quel giorno mi ha offerto di andare a casa sua e di scrivere a mio padre da lì, dal computer di sua mamma. Se volevo.
Ma non lo sapevo, se lo volevo veramente. Un po’ perché non mi erano chiare le intenzioni di Martina, si sarebbe vantata di aver avuto a casa sua uno dei più carini della classe. No, non era giusto scrivere a mio papà. Cosa avrebbe detto la mamma, se lo avesse saputo? Si sarebbe sentita tradita.
Non vorrei mai tradirla. È così buona, mia mamma. Sempre disponibile, sempre comprensiva.
Ci ho impiegato un po’ ad accettare l’invito di Martina. Al ritorno dalle vacanze lei me lo ha riproposto. Adesso, che siamo in terza media, penso che accetterò.

So-chi-sei
Una sera mi dice che il giorno dopo va a fare i compiti dalla Martina. Meno male che si sta organizzando con questa cosa dell’inglese! Martina è la più brava della classe in quella materia, lo so perché la mamma era in classe con me alla scuola di interpreti e traduttori. Sì, in questo caso la figlia assomiglia alla madre. Ma non nella antipatia, fortunatamente. Così dico:
«Bene! Però i Meregalli abitano un po’ lontano, come farai?»
Fortuna che mio figlio sa davvero organizzarsi, ha preso da me. Infatti mi dice che dopo la scuola andranno da lei coi mezzi, poi dopo cena gli avrebbe dato un passaggio il dottor Meregalli, che per un impegno serale sarebbe dovuto passare proprio dalle nostre parti.
Questa cosa di andare a casa di Martina però non vorrei che prendesse piede. Non si sa mai, in terza media stanno entrando nella preadolescenza. Devo preoccuparmi? Parlerò con sua madre, anche se non muoio dalla voglia. Spero che lei li tenga monitorati.

Non-sai-chi-sono
Dopo circa un anno mi arriva un’email al nuovo indirizzo, quello che avevo comunicato. Il mittente non so chi sia, ma per lo stile con cui è scritta mi fa pensare che sia mio figlio.
Ciao papà. Essenziale, come me.
Mi balza il cuore in gola. Penso, chissà che peripezie avrà fatto per sgusciare dal controllo nazista di sua madre! Sono fiero di lui. Un secondo pensiero mi assale: e se fosse un tranello? Non mi stupirebbe più di tanto, vista la malvagità di quella donna.
Per essere sicuri, aspetto una nuova email prima di rispondere.

Dimmi-chi-sono
Accidenti, la mamma di Martina non è certo assillante come la mia! Possiamo stare in camera con la porta chiusa e la musica a palla, basta che ne usciamo con i compiti fatti. Il problema è che il PC è della madre, quindi si trova nel suo studio, ma abbiamo approfittato che lei uscisse un attimo per una commissione. Il PC era già acceso e così siamo entrati nella casella di posta, ho digitato l’indirizzo che ormai sapevo a memoria… ma già alla riga dell’Oggetto sono andato in panico. Non solo perché non avevamo idea di quanto tempo sarebbe stata fuori casa la mamma di Martina, ma anche perché non sapevo proprio cosa scrivere.
«Che gli dico? Forse è meglio lasciar perdere. Mi odio, perché faccio una cosa che la mamma sicuramente disapprova!». Martina invece mi incoraggiava, tutta divertita…
«Però mantieni il segreto, giura!» l’ho implorata.
«Giuro.» mi ha risposto guardandomi negli occhi.
Credo di aver avuto le vertigini, per un attimo.
Improvvisamente è suonato il campanello di casa.
«Oddio la mamma!»
Devo dire proprio brava, la mamma di Martina: ha capito da sola che doveva suonare il campanello di casa.
«Calcola il tempo dell’ascensore, ma devi sbrigarti! Intanto io cerco di bloccarla sulla porta con una scusa.»
Devo dire proprio brava anche Martina, a gestire le situazioni di emergenza.
In ogni caso scrivo solo “Ciao papà”.
Vabbè, dai, è sufficiente, che devo dire di più?

So-chi-sei
Sarà la preadolescenza che arriva galoppando? A scuola Niccolò ora ha un rendimento altalenante, lo vedo anche pallido, silenzioso, in tensione. Quando non tace poi mi chiede un sacco di cose sul padre, vuole vedere foto, filmini… che fatica! Era meglio quando credeva a Babbo Natale!
Ho letto recentemente un articolo sulle difese immunitarie basse dei figli di separati. Decido che gli darò degli integratori, delle vitamine. Anche il rendimento scolastico a intermittenza, diceva l’articolo, può essere collegato alla frattura famigliare. Per non parlare di quell’altro articolo riguardante una ricerca americana, da terroristi! Praticamente il solo fatto di essere figli di separati è un punto in più nella scala di misurazione del rischio di sviluppare malattie da adulti. Cosa avremo, un futuro di code chilometriche all’Azienda Sanitaria Locale?! Certo non esulto, a sentirmi in colpa per essere tra le cause di un probabile danno di salute ai miei due figli… quando non sanno cosa dire, incolpano i genitori! Le madri, soprattutto! È sempre colpa nostra! Aspetta che telefono alla mia amica…

Non-sai-chi-sono
Dopo qualche tempo, mi arriva una nuova email, sempre da quell’indirizzo: è proprio lui, mio figlio. Ma stavolta è un fiume di parole. Mi racconta di un film, un cartone di Braccio di Ferro che, dice, ha guardato sin da quando era piccolo, tutte le volte che si sentiva un po’ triste. Io non l’ho mai visto. Ma mi sembra strano che sua madre glielo abbia lasciato vedere. Si vede che se lo guardava da solo.
Niccolò dice che Braccio di Ferro è arrabbiato con suo padre, perché lo ha abbandonato quando era piccolo, però poi verso la fine della storia si capisce che suo papà se n’è andato via per proteggerlo da una sventura: andarsene era stato l’unico modo che il padre aveva trovato per salvare il figlio. E poi concludeva:
Papà, io non so se è stato così anche per te. La mamma non me lo dice, ma io l’ho sempre sperato”.
Gosh. Dicono così nei cartoni, vero? Forse lo dice Pippo.
Sì, mi sento come Pippo! Mi viene in mente un cartone anche a me, chissà quando l’avrò visto, sicuramente tantissimi anni fa: Pippo padre imbranato. Super imbranato.
E ora cosa faccio?

Dimmi-chi-sono
Dopo quella prima email ne ho mandata un’altra, al papà. Non avevo ricevuto risposta e la Marti diceva che dovevo riprovare: la prima era troppo stringata e non andava bene, bisognava scrivere qualcosa in più. Così mi sono messo a pensare e pensare, e poi scrivevo e poi cancellavo, e poi bruciavo i pezzi scritti e cancellati, perché la mamma non trovasse tracce. Al massimo solo un po’ di puzza di bruciato, ma si rimedia subito, aprendo per un po’ la finestra.
Alla fine ho scritto, raccontando del film di Braccio di Ferro, per sapere una cosa, mi sarebbe bastato che lui fosse anche solo a metà tra le due immagini che la mamma mi hai dato di lui…
Martina ha detto che potevo essere anche più diretto, che potevo chiedergli semplicemente se mi vuole bene. Avrei dovuto anche chiedergli, perché, se mi vuole bene, è così irraggiungibile.
Insomma pure Martina, che vuole da me? Prima mi dice che sono stato troppo stringato, ora troppo prolisso!

Non-sai-chi-sono
Non ho risposto a lui, come potevo? Ma dovevo dare un segnale. Era arrivato il momento: invitarli da me. Qui. Tutti. Così ho scritto alla madre. Incrociando le dita.
Sto aspettando la risposta, spero che non ci impieghi altri anni…


So-chi-sei
Ecco lo sapevo, dovevo aspettarmi anche questa!
Ma non aveva capito che se non aveva ricevuto risposta a quella email è perché non avevo nessuna intenzione di rispondergli?! Sai a me che me ne importa, di conoscere il suo nuovo indirizzo email!
E dopo più di un anno che ti fa, lo splendido? Mi chiede se può invitarci questa estate nella sua nuova casa, vicino al mare (dove, aspetta? Dov’è Fornells? Baleari?), sciorinandomi tutte quelle baggianate sul suo senso del dovere paterno e che Niccolò è abbastanza grande per capire e che devo farlo per lui…. E che devo pure dirlo a Niccolò, dell’invito!
Non so cosa fare, ma sicuramente lo terrò sulle spine, per un po’.
Invece, nemmeno una settimana dopo, mi arriva Niccolò con un’aria da sfida, sventolando una foto.
«Senti un po’» mi apostrofa, «io voglio andare a trovare papà, hai capito?».
Certo che i due sono proprio padre e figlio. Deve essergli scattato una sorta di orologio biologico, per farli attivare entrambi nello stesso momento su questo tema.
«Senti un po’ tu, carino» ribatto a tono per prendere tempo, «si può sapere cos’è questo modo di fare prepotente? Non mi puoi chiedere più gentilmente quello che vuoi? Io ti ascolto, lo sai, sono la tua mamma…»
La tecnica bastone/carota ha sempre funzionato, ma non così bene stavolta, perché non mi fa nemmeno finire la frase che ribatte:
«E non dirmi anche adesso che in questo difetto assomiglio a mio padre, perché sono stufo di sentirmi in colpa di assomigliargli nelle cose che non vanno di me! Voglio verificare da me, SE e IN COSA gli assomiglio: la vedi questa foto?» e me la sventola sotto il naso «Voglio sapere se questo qui della foto è il papà magico che mi hai raccontato fino ai nove anni, o è il buzzurro della versione che mi hai propinato da quando hai smesso di scrivermi le email dal paradisodibabbo!»
Un colpo.
Mi sono seduta affranta, lentamente, sulla sedia. Svenire mi sembrava eccessivo e poco di classe.
«Non sei giusto, Niccolò» ho detto con un filo di voce e il volto tra le mani. Ma con le dita un poco distanziate, ho intercettato
l’esitazione nel suo sguardo.
«Io ho fatto così tanto, per te. Non è giusto che mi ripaghi così. Comunque, se vuoi, questa estate possiamo organizzare e andare a trovare il tuo papà, non sono certo così crudele da impedirtelo».
«Mamma, scusami» è venuto vicino prendendomi la mano, vedi che ho ottenuto l’effetto desiderato! «Ma io voglio sapere chi sono, capisci? E per questo è importante per me sapere chi è veramente mio papà. Non ne convieni anche tu?»
Anche Niccolò sa essere irresistibile, quando usa le parole che gli insegno!
«Ne convengo, caro, non posso far altro. Ma per andare a trovarlo, deve andare bene l’esame di terza media. Deve andare benissimo, capito? E poi, se rimani deluso, non lamentarti con me».

Dimmi-chi-sono
Le ho parlato. Mi sono sfogato, ma chissà se ha capito veramente. Però accetta la proposta di andare da papà. Anzi, lo ha detto lei, “questa estate”. Ok, dovrò impegnarmi di più a scuola, che ci vuole? Certo è fissata, perché ricattarmi sempre con la scuola per qualsiasi cosa le chiedo? Non mi interessa se rimango deluso da papà. La verità non può farmi star peggio di così. Credo.
Stanotte ho fatto questo sogno, proprio lontano dalla realtà, eh.
La mamma e il papà sono in soggiorno - non l’ho mai visto lì, oppure è un ricordo di bambino? - parlano avvicinandosi, io temo che si mettano ad urlare o a picchiarsi… ma non ho un ricordo diretto che l’abbiano mai fatto. Urlare, sì. Se ci fosse stato bisogno di ricordarmelo, la pettegola maligna della portinaia, una volta, aveva provveduto. Secondo lei avevo fatto troppo chiasso nel passare sotto il portone, così me lo ha spiattellato in faccia per umiliarmi: “certo, con dei genitori che non avevano rispetto per la quiete degli altri condomini, sempre lì ad urlarsi ad ogni ora del giorno e della notte… come fai a sapere cos’è il rispetto degli altri, tu?”
Ecco di nuovo questa idea che io debba assomigliare per forza, nel bene e nel male, a uno o a entrambi i genitori. Ma non posso assomigliare solo a me, qualche volta?
Tornando al sogno, la mamma e il papà si parlano e si avvicinano. Io non capisco cosa dicono, mi metto dietro il divano, per sentire meglio. La mamma chiede scusa (scusa?) al papà per non aver facilitato il contatto tra padre e figli, che avrebbe rimediato, portandoli da lui la prossima estate. Il papà, che a sua volta le chiede scusa, dice che no, non è colpa sua, piuttosto è stato lui a non essersi sforzato abbastanza, nel cercare quel contatto, e che è stato pigro e passivo (Ma no! Non dire questo! È la mamma che dice questo di te!). E la mamma risponde:
«Certo, però io non ti ho aiutato»
E lui che ripete:
«Vero, ma anche io non ti ho aiutato per niente.»
(Ma no! Non devi ripetere a pappagallo le cose che ti dice mamma!)
Il sogno finisce che il papà dice:
«Allora vi aspetto questa estate.»
E io balzo fuori dal divano e vorrei saltargli in braccio, perché non voglio aspettare l’estate, non ha senso visto che lui è già qui, ora, nel nostro salotto…
«Sveglia, Niccolò!»
È l’urlo mattutino della mamma. Certo, lo dovevo immaginare che era un sogno.
A colazione lei fa pressing:
«Avanti, veloce! Sei sempre in ritardo per la scuola, come tuo padre… e non c’è nessuna email sua, nemmeno stamattina!»
Poi vedo che si morde le labbra. Non lo voleva dire, ma è più forte di lei.
Questa è la realtà, quella a cui sono abituato.
Un po’ mi viene da sorridere. Penso alla Marti, quando la incontrerò a scuola.
Le voglio raccontare anche del sogno.








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